Alti livelli di zucchero nel sangue ….. invecchiano il viso!
Se i livelli presenti nel sangue sono alti, si dimostrano più anni, soprattutto in viso. È’ quanto emerge da una ricerca della Leiden University (Paesi Bassi), diretta dalla professoressa Diana van Heemst e pubblicata sulla rivista “Age”. Lo studio ha coinvolto 602 volontari, tutti soggetti a controllo della glicemia. Nel mentre, 60 osservatori hanno guardato loro fotografie, tentando di dare loro un’età, basandosi sul solo aspetto fisico. Secondo Van Heemst e colleghi, ogni millimole/litro di zucchero presente nel sangue aumenta l’invecchiamento percepito del viso di 5 mesi. Di conseguenza, gli individui con glicemia bassa sono stati giudicati fino ad un anno più giovani rispetto quelli con glicemia alta o diabete. I ricercatori spiegano il fenomeno con diverse ipotesi. La più accreditata riguarda la capacità degli zuccheri di attaccarsi al collagene, alleato dell’elasticità della pelle. Così impedita, la proteina risulta meno efficace e l’invecchiamento diventa più visibile. Un’altra ipotesi lega la bassa presenza d’insulina ad un processo di decadimento più accentuato.
MA i danni derivanti dall’assunzione dello zucchero bianco non si fermano qui. Numerose sono infatti le controindicazioni; se già non sei informato, leggi questo articolo sui danni causati dallo zucchero bianco: http://www.alberosacro.org/lo-zucchero-bianco.htm
Fonte originale di questo articolo: Raymond Noordam, David A. Gunn, Cyrena C. Tomlin, Andrea B. Maier and Simon P. Mooijaart, et al., “High serum glucose levels are associated with a higher perceived age”, Age, Online First™, 19 November 2011
Fonte: anti-aging.myblog.it
L’Unione Europea dà il via libera alla Stevia
La Stevia, già autorizzata in molti Paesi, non lo era ancora in Europa.
Da metà novembre anche la Commissione europea ha finalemnte autorizzato l’uso della Stevia che potrà cosi sostituire dolcificanti artificiali pericolosi come l’aspartame. Tale autorizzazione entrerà in vigore a partire dal 2 dicembre e finalmente anche noi potremo utilizzarla al posto dello zucchero e coltivarla.
Anche Coca-Cola Europe ha accolto favorevolmente la decisione della Commissione Europea di approvare l’uso degli Stevia come edulcorante nei prodotti alimentari e nelle bevande. Secondo Coca Cola infatti tale decisione “apre la strada per offrire più bevande con un ottimo gusto e meno calorie”. Bibite che saranno così un po’ meno dannose.
La Stevia, lo ricordo è un dolcificante naturale che dolcifica fino a 300 volte piu’ dello zucchero, è una pianta economica e facilmente coltivalbile, non causa diabete, è del tutto privo di calorie, non altera il livello di zucchero nel sangue, non è tossico, non provoca carie e placca dentali e soprattutto è naturale e non contiene ingredienti artificiali.
Per tutte queste buone ragioni , ne era stata vietata la vendita e la coltivazione ponendo l’accento sul fatto che un suo metabolita, lo steviolo, poteva essere cancerogeno.
Nel 2004, un gruppo di ricercatori belgi, in un simposio internazionale sulla sicurezza dello steviolo, ne smentì la sua cancerogenicità, perché secondo gli esperti, tale sostanza non verrebbe assorbita direttamente dall’intestino, ma degradata dai batteri del colon e in gran parte eliminata con le urine.
La Stevia dunqe non fa proprio male a nessuno …se non alle multinazionali… e non ha niente a che vedere con il classico zucchero bianco che, anche se molti non lo sanno, è davvero tossico! (vedi articolo sulla toccicità dello zucchero bianco qui: http://www.alberosacro.org/lo-zucchero-bianco.htm )
Sei indeciso su quale Albero di Natale acquistare???
Sonniferi: non sempre migliorano la qualità del sonno
L’uso prolungato delle pillole per dormire può essere dannoso: le benzodiazepine, come si chiamano le sostanze più spesso contenute nei sonniferi, non dovrebbero mai infatti essere prese di fila tutti i giorni per più di tre mesi, altrimenti rischiano di disturbare il sonno invece di favorirlo
LO STUDIO – «La qualità del sonno, in genere, col passare degli anni tende naturalmente a peggiorare» spiega Sarah Gabrielle Beland, ricercatrice canadese che ha affrontato la questione in un recente articolo pubblicato sull’International Journal of Geriatric Psychiatry, «e per questo sono molti gli anziani che si affidano a una pillola per dormire meglio: in Canada uno su quattro. I dati però ci dicono che oltre l’80 per cento di queste persone, nonostante la cura, continua a riferire disturbi del sonno».
Difficile però capire quale sia la causa e quale l’effetto: il nonno non rinuncia alla pastiglietta perché altrimenti non riesce a dormire o paradossalmente finisce con l’essere proprio il farmaco a peggiorare la sua situazione? «Per cercare di rispondere a questa domanda abbiamo esaminato i dati raccolti nel corso di un’indagine condotta nella provincia del Quebec su un campione di ultra65enni chiamata Seniors’ Health Survey (ESA)» prosegue la studiosa. «Il peggioramento della qualità del sonno nel giro di due anni era maggiore tra chi usava da molto tempo le benzodiazepine rispetto a chi le aveva prese solo per poco» dichiara Beland, prima firmataria dello studio.
Fonte: Maria Rosa Valetto corriere.it – 28 ottobre 2011 09:19
A questa pagina un e-book con spiegati alcuni rimedi contro l’insonnia che vale la pena di sperimentare dal momento che sono totalmente naturali : http://www.alberosacro.org/insonnia.htm
La questione della pericolosità dei cellulari per la salute delle persone è stata portata al centro dei lavori della Commissione europea da tre eurodeputati, la verde francese Michele Rivasi, Frederique Ries, liberale belga, e il socialista greco Kriton Arsenis, che hanno fatto una richiesta formale alla Commissione per affrontare quanto primo la questione, nell’ottica di armonizzare la normativa dei 27 paesi per la tutela della salute.
All’origine dell’azione dei tre eurodeputati ci sono gli studi realizzati dal Centro internazionale di ricerca sul cancro di Lione, agenzia dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità): in base agli studi condotti, le emissioni elettromagnetiche dei cellulari sono state classificate come “possibilmente cancerogene”.
In particolare, al centro delle preoccupazioni dei parlamentari c’è la molteplicità dei rischi per la salute: non solamente la possibilità di sviluppare tumori al cervello, ma anche il rischio di leucemia infantile e del morbo di Alzheimer, di disturbi del sonno e anche problemi psicologici e disfunzioni alle ghiandole salivarie.
La pericolosità dei cellulari è da sempre al centro di studi che hanno dato, nel tempo, anche risultati contrastanti. In ogni caso è possibile adottare una serie di comportamenti per limitare al minimo l’esposizione a campi elettromagnetici potenzialmente dannosi.
Autore: Roberto Laghi
Fonte: webmasterpoint.org
Kamut: un mito da sfatare ???
La notizia è vecchia, ma fa sempre bene ricordarlo, e le fonti di questo articolo sembrano affidabili, quindi lo segnalo ugualmente e ne faccio qui un piccolo riassunto. Per vedere l’articolo originale potete andare invece alla pagina: http://www.aamterranuova.it/article4328.htm
Luci ed ombre del Kamut, o meglio del Khorasan, un tipo di frumento che tra l’altro abbiamo anche in Italia. Si parla qui di miti e leggende che lo hanno portato ad essere considerato oggi come uno dei migliori cereali per l’alimentazione.
Ha buone proprietà nutrizionali ed è eccellente per la pastificazione, è vero, ma pare non sia stato ritrovato in una tomba egizia e non è adatto ai celiaci. Inoltre viene coltivato e venduto in regime di monopolio, ha un costo eccessivo, e una pesante impronta ecologica.
Dai dati oggi disponibili, di fonte pubblica e privata, tra gli elementi di maggiore caratterizzazione del Khorasan ci sono un elevato contenuto proteico, in generale superiore alla media dei frumenti duri e teneri, e buoni valori di beta-carotene e selenio; per le altre componenti qualitative e nutrizionali non ci sono differenze sostanziali rispetto agli altri frumenti. Glutine: non ne è né privo né povero. Bisogna, infatti, chiarire che, come ogni frumento, il Khorasan è inadatto per l’alimentazione dei celiaci, perché contiene glutine (e non ne è né privo né povero, come, poco responsabilmente, una certa comunicazione pubblicitaria afferma o lascia intendere) e ne contiene in misura superiore a quella dei frumenti teneri ed a numerose varietà di frumento duro.
Detto ciò, il Khorasan è certamente un frumento rustico, con ampia dattabilità ambientale, eccellente per la pastificazione. Come ogni frumento che non è stato sottoposto a procedimenti di miglioramento genetico o ad una pressione selettiva troppo spinta, e proprio per questo motivo pare sia più facilmente digeribile dalle persone che soffrono di lievi allergie e intolleranze, comunque non riconducibili alla celiachia: ma questo è proprio ciò che si può dire dei farri e delle “antiche” varietà di frumento duro e tenero.
Se la sua coltivazione è biologica, si può dire che senz’altro è un prodotto salutare, senza però scadere in esagerazioni né in forzature incoraggiate dalla moda e dal marketing del salutismo. Costi elevati, per il portafoglio e per il Pianeta Restano ancora tre aspetti che gettano un’ombra sul prodotto a marchio Kamut :
- il monopolio commerciale imposto dalla K.Int. su un frumento tradizionale che, come tale, dovrebbe invece essere patrimonio di tutti, e più di chiunque altro delle comunità che nel tempo lo hanno conservato e tramandato;
- il costo eccessivo del prodotto finito (dall’80 al 200% in più di una pasta di comune grano duro biologico), poco giustificabile a sostanziale parità di valori qualitativi e nutrizionali, dovuto al regime di monopolio, ai costi di trasporto, ai diritti di uso ed ai costi di propaganda, ma dovuto anche agli effetti di un mercato dell’eccellenza che trasforma il cibo in oggetto di lusso, di gratificazione e di distinzione, e che specula sul desiderio di rassicurazione e sul bisogno di salute;
- la pesante impronta ecologica legata allo spostamento di un prodotto perlopiù coltivato dall’altra parte del Mondo che arriva sulle nostre tavole attraverso una filiera molto lunga (migliaia di chilometri), e che, solo per questo fatto, non è compatibile con la filosofia della decrescita e con l’attenzione al consumo locale, fatto se possibile a “chilometro zero”.
A questo punto è giusto che ognuno tragga da sè le proprie conslusioni e soprattutto che approfondisca questa ricerca, le fonti consultate sono state:
i siti dell’Associazione Italiana Celiachia (www.celiachia.it), dell’Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione (www.inran.it), della Kamut International (www.kamut.com), dell’United States Department of Agricolture (www.usda.gov), dell’Insitute Sciwentifique de Recherche Agronomique (http://grain.jouy.inra.fr), l’articolo di A. R. Piergiovanni, R. Simeone, A. Pasqualone, “Composition of whole and refine meals of Kamut under southern Italian conditions” su Chemical Engineering Transactions, 2009, vol. 17: 891-896. Alcuni dati sono stati indicati da Oriana Porfiri (comunicazione personale).
fonte: aam Terra Nuova, marzo 2010, n°248, pagg.73-76
Dove butti l’olio della padella?
Sai dove buttare l’olio della padella dopo una frittura fatta in casa?
Se sei solito buttare l’olio usato nel lavandino della cucina o in qualche scarico, questo è uno dei maggiori errori che puoi commettere.
Forse non tutti sanno che ciò che resta in padella, l’olio esausto, può far danni ancor maggiori se non smaltito correttamente. Dal lavandino, attraverso la rete fognaria, l’olio esausto raggiunge gli impianti di depurazione causandovi gravi danni dagli elevati costi economici.
Versato in uno specchio d’acqua, un solo litro d’olio è capace di formare una pellicola inquinante grande quanto un campo da calcio riducendone pericolosamente l’ossigenazione e di rendere non potabile un milione di litri d’acqua (più o meno il consumo di acqua di un individuo per ben 14 anni). E’ capace, disperso nel suolo, di impedire l’assunzione delle sostanze nutritive da parte della flora e, rientrando nella catena alimentare, come mangime per gli animali ad esempio, ha conseguenze nefaste anche sulla nostra salute.
Oltre che evitare danni ambientali, riciclare l’olio esausto consente notevoli vantaggi economici: attraverso i processi di trattamento e riciclo si ottengono prodotti di elevata qualità come lubrificanti vegetali per macchine agricole, estere metilico per il biodiesel, glicerina per la saponificazione, combustibile per recupero energetico. Ma anche, come abbiamo visto con Revivoilanche lubrificanti eco-friendly per automobili. Il recupero delle 280.000 tonnellate di olio esausto che l’Italia produce ogni anno genererebbe in poche parole un valore recuperato stimabile intorno agli 84 milioni di euro. Ad oggi, purtroppo, sono ancora rarissime le campane per la raccolta differenziata degli oli esausti posizionate in città, prolificano invece con successo le iniziative di numerose associazioni al fine di sensibilizzare, educare, informare la collettività circa la necessità e l’urgenza di tale pratica.
Nell’attesa che venga organizzata una filiera più capillarmente distribuita ciò che potete fare è portare l’olio della vostra frittura a qualche ristorante vicino casa che effettua, per legge, il riciclo degli olii esausti o contattare l’azienda di raccolta e recupero più vicina. L’elenco, suddiviso per Regione è disponibile sul sito del CONOE che ricorda come la raccolta dei cittadini sia di competenza del Comune al quale gli stessi devono rivolgersi per conoscere l’ubicazione delle isole ecologiche attrezzate con il contenitore per il rifiuto.
Effettivamente oggi, pur essendo ancora indietro, aumentano i comuni che si stanno attrezzando in attesa ancora del Decreto attuativo per il contributo ambientale, ma con un piccolo sforzo in più da parte di tuttti, si può far in modo che la nostra frittura risulti più leggera: se non per il vostro fegato, almeno per la natura.
fonte: http://www.greenme.it
Il conto della Terrà è in rosso!
Si chiama Earth Overshoot Day (Eod), il giorno di pareggio tra risorse disponibili e consumi. Un giorno che, nel modello calcolato, doveva essere il 31 dicembre, ma che è arrivato ieri 27 settembre 2011 con più di 3 mesi di anticipo: da ieri il pianeta si impoverisce senza rigenerarsi.
In pratica, l’umanità ha già consumato tutte le risorse che aveva a disposizione per l’intero 2011. Il mondo, da oggi inizierà ad intaccare quelle del 2012.
A rivelarlo è l’organizzazione non governativa Global Footprint Network, che promuove la scienza della sostenibilità lavorando sull’impronta ecologica. Secondo una metodologia che calcola il rapporto tra ciò che consumiamo del pianeta e ciò che il pianeta è in grado di generare, digerire, riprodurre.
I calcoli del Global Footprint Network mostrano che per la vita che stiamo conducendo ora avremmo bisogno di 1,5 pianeti e che prima della metà del secolo richiederemo risorse per ben 2 pianeti. Ma noi di terra ne abbiamo una sola ed è giunto il momento di attivarsi per ridurre la propria impronta.
Quindi, è giusto sperare in un miglioramento tecnologico, in una maggiore efficienza energetica e nelle fonti rinnovabili, ma come afferma Roberto Brambilla, della Rete Lilliput. non possiamo pensare di vincere questa partita senza intervenire anche sugli stili di vita. Cambiare rotta è possibile, ma è un percorso che dobbiamo cominciare subito, partendo dalle nostre abitudini. Partendo dal “ME” per arrivare al “NOI”.
Le proteine vegetali: il seitan
A produrre le prime “bistecche di grano“ pare siano stati i monaci buddhisti cinesi spinti dal bisogno di trovare una fonte proteica alternativa alla carne. L’impiego di preparati a base di glutine si trova anche in antiche ricette di alcune zone come la Russia, o presso le comunità dei mormoni il cui credo religioso vieta il consumo dei prodotti animali. L’idea di base è quella di eliminare con il lavaggio della farina, l’amido di cui sono ricchissimi i cereali, per conservare il glutine vero e proprio concentrato di proteine.
Purtroppo come spesso accade la produzione artigianale è stata sostituita oggi da veri e propri processi industriali, dove la materia prima non è più la farina di frumento, ma il glutine ricavato come sottoprodotto dalle industrie che estraggono l’amido. Il prodotto così ottenuto si riconosce per il suo sapore insipido e per l’aspetto gommoso e molto compatto, privo della caratteristica porosità che rende più soffice e digeribile il seitan lavorato a mano.
Nella ricetta tradizionale il seitan dovrebbe essere accompagnato da shoyu (salsa di soia) che apporta quegli aminoacidi essenziali come la lisina di cui è povero il grano, potenziando così, l’effetto sinergico della combinazione cereale-legume. Le alghe kombu particolarmente ricche di iodio magnesio, fosforo e ferro , assicurano invece una buona dose di sali minerali, mentre lo zenzero svolge la doppia funzione di aromatizzare e di stimolare i succhi gastrici facilitando così la digestione del glutine.
In definitiva il seitan può essere considerato un buon alimento proteico adatto anche a coloro che hanno una scarsa dimestichezza con i menù vegetariani per la sua possibilità di essere utilizzato come surrogato della carne e per la sua somiglianza con essa (ottimi gli spezzatini, le scaloppine, le cotolette e i ragù ottenuti con questa proteina vegetale). In commercio si trovano anche seitan di kamut e di farro, e oggi ultima novità anche quello alla canapa. Ai consumatori abituali si consiglia di alternare l’uso di questi tipi di seitan ognuno dei quali presenta proprietà differenti (il farro è più energetico del frumento, il kamut contiene meno glutine rispetto al farro e al frumento…) e per evitare l’insorgere di intolleranze oggi tanto diffuse.
E’ bene essere a conoscenza però che ci sono delle differenze dal punto di vista nutritivo: il contenuto di proteine e calorie è simile alla carne nelle quantità, ma la qualità delle proteine del seitan è inferiore perché, essendo un derivato del grano, manca di alcuni aminoacidi essenziali. Ed è anche un prodotto molto povero di ferro.
Per questi motivi non è adatto a sostituire del tutto i prodotti animali (a differenza della soya e dei legumi, associati a cereali e verdure), e si consiglia di consumarlo insieme ai legumi (con i piselli ad esempio è ottimo!), per compensare le sue carenze.
Meglio non abusarne comunque e introdurlo nella dieta non più di due volte la settimana in quanto, essendo un cereale, presenta anche tutti gli inconvenienti del frumento, ed è quindi molto più pesante da digerire.
Queste informazioni sono tratte dal corso online “La salute vien mangiando”, dove viene spiegato in dettaglio come affrontare al meglio una alimentazione vegetariana oppure vegana senza correre i rischi di una dieta sbilanciata e pericolosa fai-da-te. Moltissime sono anche le ricette contenute nel corso.
LA MUSICA: UNA VIA PER LA SALUTE
tratto da : Salute in Musica – Filippo Massara
Attraverso numerose sperimentazioni, nell’ultimo ventennio, si è accertato che la musica è in grado di agire sull’organismo umano nella sua globalità, contemporaneamente a livello emotivo, muscolare ed endocrino.
La musica, se ascoltata regolarmente, ci consente di prevenire quelle forme di ansia che possono essere l’anticamera dello stress, il grande nemico del sistema immunitario, e contemporaneamente di dare dinamicità alle energie vitali. E’ però necessario sottolineare che la musica, da sola, non può assicurarci un perfetto stato di salute, ma deve essere accompagnata da uno stile di vita equilibrato. Non è difficile capire che ciò che indichiamo come stile di vita equilibrato è semplicemente – come lo definiscono i ricercatori scientifici più avanzati – “il lavoro di prevenzione che non solo renderà più facile e serena la nostra esistenza e ritarderà l’invecchiamento ma migliorerà sensibilmente la qualità della vecchiaia”: LA SALUTE DELL’UOMO SI GIOCA SULLA PREVENZIONE FINO DALL’INFANZIA. LA MUSICA E’ PREVENZIONE.
Sotto l’effetto del suono le cellule del corpo entrano in vibrazione e i diversi organi che lo compongono subiscono una trasformazione. Assistiamo alla modificazione del ritmo cardiaco, del ritmo respiratorio, del flusso sanguigno e della sua ossigenazione, della tensione muscolare, del sistema neuro-endocrino.
Quando un flusso musicale ci avvolge il nostro sistema emotivo e lo stato di coscienza si alterano e producono una modificazione del nostro stato psichico.
Come è facile capire, la musica si presenta come uno strumento complesso, dove il tema della salute abbinato a quello della musica, e quindi il binomio MUSICA E SALUTE, con le molte possibili applicazioni, deve essere affrontato con cautela e molta sensibilità. Ogni persona e’ diversa dall’altra e quindi esiste all’inizio il delicato problema delle scelte musicali adatte a un percorso personalizzato per il benessere psicofisico.
Una musica ben scelta presenta il vantaggio di poter essere vissuta come un elemento privo di pericoli, come qualcosa che può proteggerci, modificare il nostro umore e quindi il nostro comportamento.
La musica tocca anche il nostro immaginario e quindi è un mezzo per ritrovare un’immagine ideale di noi stessi.
Capita spesso che l’ascolto di una musica “giusta” diventi un vero e proprio nutrimento, di alta qualità, per tutte le nostre funzioni vitali.
A volte ci rendiamo conto che la musica è capace di risvegliare la nostra energia, di riorganizzare i nostri sogni di vita, i nostri desideri, di facilitare la caduta dei nostri atteggiamenti di difesa, oppure l’accettazione di noi stessi.
La musica si rivolge ai sensi, al corpo, sia perché è costruita su ritmi che toccano il nostro livello più arcaico, per cui si riorganizzano i ritmi fondamentali dell’organismo, sia perché contiene momenti melodici, che risvegliano la sensibilità e riaccendono le memorie e gli affetti.
Tutte le osservazioni cliniche e le relative considerazioni sull’efficacia della musica, avvenute negli ultimi 40 anni, non ci devono fare dimenticare che i processi attraverso cui la musica può avere degli effetti “terapeutici” devono essere parzialmente approfonditi dalle neuroscienze.
E’ certo però che gli effetti benefici della musica sono numerosi e si trasmettono secondo il principio della ristrutturazione armonica, come avviene in molti fenomeni naturali.
La musica “risuonando” e facendo “risuonare” la struttura biologica di chi ascolta induce alla sincronizzazione dei ritmi originari , e contemporaneamente, promuovendo il rilascio di endorfine, ottiene dei risultati concreti nelle ansie o nelle terapie del dolore, attenuando i fenomeni e dando al paziente la sensazione diffusa di poterli controllare.
Aldilà di tutti questi effetti , concretamente e scientificamente verificati, l’ascolto musicale può definirsi “terapeutico” perché tende a operare un “risveglio”.
Ascoltare la musica come un percorso per la salute significa sapersi concentrare sull’ascolto del proprio corpo, ma significa anche riuscire a riappropriarsi di alcune qualità umane profonde, a volte sopite, vuole dire diventare i protagonisti in prima persona della propria trasformazione, che è la forma più raffinata ed equilibrata di terapia.
A questa pagina trovate il catalogo dei Cd curati dalla LudiSounds di FilippoMassara