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Influenza dell’ Operatore sul Paziente

2 settembre 2009


( di A. Tedeschi)

(Ripropongo una parte della conferenza “La Coscienza Olografica” tenuta da Alberto Tedeschi al 1° Congresso Medicine e Percorsi Interiori – organizzato a Reggio Emilia nel Novembre del 2004 dalla nostra Associazione )

(…) Dopo essermi dedicato per anni allo studio della misurazione delle onde cerebrali, mi sono espressamente reso conto, che, durante l’incontro fra operatore e paziente le frequenze cerebrali del paziente tendono ad adeguarsi a quelle dell’operatore. In altre parole, avviene una forte sincronizzazione fra le onde del paziente con quelle del terapeuta.
Si sa in fisica che il simile risuona col simile, ma anche che tutto ciò che possiede una particolare intensità – o autorevolezza (data magari dalla posizione che esercita) – impone la propria frequenza. Ovvero influenza chi risulta più debole, o perché lo è di sua natura o perché si trova in una posizione di subordinazione. Si forma quindi una specie di cervello unico in perfetta risonanza, un campo unico composto da fasce multiple in cui le persone risuonano allo stesso modo.

Per certi versi tutto ciò può anche essere vantaggioso, in quanto l’operatore stimola l’organismo del paziente a “ricordare” le frequenze più positive che potrebbe adottare per stare bene (e questo è anche un metodo di cura, per esempio nella Radionica o con alcune apparecchiature Vega, quando il paziente riceve degli input con le frequenze risanatrici, così da risvegliare la memoria del corpo a risintonizzarsi sulle frequenze di guarigione), ma la situazione è molto più complessa e delicata.
Vediamo di spiegarla.

Visto che è dimostrato come l’operatore influenzi il campo energetico del suo paziente, questo significa che quando farà una diagnosi, si troverà ad analizzare un prolungamento di se stesso!

Specie se l’operatore misurerà la disfunzione del paziente con mezzi quali la kinesiologia, il biotensor, il Vega Test, l’EAV e macchinari simili.
Infatti, ricordiamolo, la non scientificità di tali metodi è data proprio dal fatto che le misurazioni ottenute cambiano da operatore a operatore.
Se un paziente soffre di un particolare disturbo, quello dovrebbe essere diagnosticato dai diversi operatori, cosa che in genere non accade, ed è per questo che la Scienza ufficiale non considera validi questi metodi diagnostici, perché i risultati non sono ripetibili!

È dunque osservando i grafici con le misurazioni delle onde cerebrali di operatore e paziente durante la seduta che è stato immediatamente chiaro il perché. Ogni operatore “colora” le onde cerebrali del proprio paziente con le proprie, ecco la ragione per cui, poi, le misurazioni non risultano uguali tra operatore e operatore: ogni operatore misura, in effetti, se stesso – ovvero ciò che ha “colorato” attraverso la propria influenza (anche inconscia, perché tutto ciò avviene in modo inconsapevole), e la diagnosi semplicemente evidenzierà ciò che il terapeuta pensa sia il problema di salute del proprio paziente. Bisognerebbe quindi uscire dalla dinamica emozionale che si innesca in modo molto naturale e spontaneo durante l’incontro (come in una qualsiasi interazione umana)! Cosa molto rara e difficile da realizzare, che ben pochi sono veramente in grado di fare.

Oltre a tutto ciò, durante le misurazioni dell’operatore, quand’anche la sua interferenza si rivelasse minima, non va poi sottovalutato un altro fatto. Ovvero, durante il testaggio, il paziente si trova a interagire con un ambiente diverso dal suo e quindi, la propria disposizione interiore si adatterà a quel nuovo spazio. Di conseguenza il suo stato risulterà comunque diverso da quello in cui solitamente si trova quando è nel suo ambiente. Per questo la diagnosi e il successivo rimedio risulteranno indicati per la situazione che si è determinata durante la misurazione, che di certo non corrisponderà del tutto al suo contesto abituale.
Il rimedio che viene identificato nel momento in cui il paziente si trova dal medico non può avere una vera valenza, perché tornando poi nel proprio contesto originario, la misurazione sarebbe inevitabilmente diversa.
Sono state dunque queste osservazioni sul campo che mi hanno fatto comprendere l’esigenza di un metodo in cui l’interferenza fra operatore e paziente fosse praticamente nulla.
Questo è stato lo stimolo che mi ha portato ad approfondire la questione fino a quando è nato il White, una tecnica di biorisonanza olografica che permette al paziente di creare il proprio rimedio personale e affrontare quindi il percorso di purificazione che lo porterà a sciogliere gli accumuli tossinici che lo offuscano.

Non si deve però generalizzare e indicare come negativa l’interferenza. Certo, non è un modo corretto di “curare”, ciò nonostante, ricordiamolo, l’energia di un corpo è determinato dalle frequenze che emette, che rappresentano allo stesso modo la sua fisicità ma anche il suo tipo di interiorità. Le frequenze che emettiamo risuonano con ciò che è simile o, se prendiamo l’immagine dei vasi comunicanti – visto che siamo immersi in una specie di mare frequenziale – chi è meno “pieno” attira chi lo è invece di più, così da essere “riempito” da quel di più che la sua lacuna ha richiamato. Di conseguenza, la persona debole, insicura, titubante… attira chi è invece forte, sicuro, determinato. I due opposti si attraggono e si compensano, è una legge fisica.

Visto secondo la logica che stiamo esponendo oggi, si può anche dire che in ognuno le tossine accumulate gli fanno richiamare nella propria esistenza quel genere di specchio. Come chi deve arrivare a mangiare tanti hamburger per accorgersi infine che fanno male! Saranno proprio queste esperienze, che poi si riveleranno dolorose per chi le ha subite, che permetteranno infine a quella persona di abbandonarle. Per questo tutto, anche ciò che sappiamo sbagliato, è però utile a chi deve ancora arrivare a comprendere e quindi evolvere attraverso l’esperienza, che si rivelerà così un vero e proprio percorso di crescita.
A livello teorico possiamo affermare che l’esigenza primaria di un operatore è quella di fare un onesto e veritiero lavoro su se stesso per rendersi conto di quanto lui/lei possa imporre la propria visione… anche se, in ultima analisi, quando qualcuno va in terapia o sessione da un operatore che si impone sul suo paziente, è comunque significativo, perché probabilmente i due si attraggono: il paziente che non ha abbastanza coscienza di sé attrae inevitabilmente un operatore troppo pieno di sé. (…)

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