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Miele, propoli e veleni: uno scandalo silenzioso

7 marzo 2010

Notizia tratta da un articolo sul Salvagente di giovedi 18 febbraio 2010

Nel silenzio dei grandi organi di informazione, l’8 febbraio scorso il ministero della Salute è stato  costretto a lanciare un’allerta alimentare e a  notificare alla Ue il  ritiro dal mercato italiano dei prodotti incriminati.

Ernesto Corradetti, del laboratorio chimico dell’Arpam, l’Agenzia per l’ambiente delle Marche: “Analizzando per conto del corpo forestale diversi campioni di miele ci siamo resi conto che quasi tutti riportavano la presenza di due principi attivi di pesticidi, impiegati per combattere la Varroa, un pericoloso acaro delle api, non consentiti in apicoltura”. Se però nel miele le quantità rintracciate sono risultate nei limiti di rilevabilità, le analisi specifiche condotte sui prodotti dell’alveare, cera e propoli, hanno invece accertato livelli di concentrazione bbondantemente superiori al consentito.

A inquinare il propoli, il rimedio antibiotico naturale, una resina esterna delle piante che le api raccolgono e utilizzano per isolare e proteggere l’alveare, sono due pesticidi: il chlorfenvinphos, bandito dalla Ue dal 2003, e il coumaphos, il cui utilizzo in apicoltura è vietato.

Entrambe le sostanze chimiche sono impiegate illegalmente per combattere la Varroa, un acaro che si attacca alle api e le debilita fino a provocarne la morte. Il chlorfenvinphos, in particolare, è riconosciuto dall’Oms come una sostanza tossica per il sistema nervoso dell’uomo. Per questo, con un decreto del giugno 2003, l’Italia, recependo un regolamento europeo, ne ha vietato l’utilizzo, la circolazione sul territorio nazionale e ha imposto la distruzione di tutte le scorte presenti.

Ma perchè,  nonostante  i divieti e le prove di pericolosità, si utilizzano questi due pesticidi? Per contrastare la Varroa, in realtà, sono ammesse solo tre sostanze: il timolo, l’acido ossalico e il fluvalinate. Il trattamento di disinfestazione dura un mese e ogni settimana l’apicoltore deve sostituire una pasticca in ogni arnia. Emanando un certo odore, l’acaro si stacca dall’ape e cade in trappola. Costo previsto: 6-7 euro a trattamento per ciascun alveare.

Meno macchinoso e più economico invece è il metodo illegale. Si prende una tavoletta di sughero, la si imbeve con i due pesticidi vietati e si sistema nell’arnia. A fine mese il risultato è garantito come anche il risparmio per l’apicoltore: il trattamento illegale ha un costo tra i 50 centesimi e un euro. Ma le controindicazioni sono terribili.

Questi acaricidi sono liposolubili (si sciolgono nei grassi) e dunque si ‘attaccano’ alla cera e al propoli. Per questo motivo il miele da noi analizzato è risultato sì contaminato ma nei limiti di rilevabilità tecnica mentre gli altri prodotti erano fuori norma”.

Il meccanismo è semplice. La cera fa da scudo, ovvero assorbe tutte le sostanze e impedisce così che nel miele vengano trasferite le sostanze incriminate. Un problema da non sottovalutare. Perché, se è vero che la cera non si mangia, esistono molti prodotti cosmetici a base di cera di api.

Di più: la cera si ricicla per allestire l’alveare. Ogni anno, asportato il miele dall’alveare, l’apicoltore prende la cera e la conferisce presso i consorzi apistici o la consegna ad aziende preposte alla sua purificazione. In questi centri tutta la cera viene pastorizzata per poi essere trasformata in “telaini” o fogli cerei.

Fogli di cera che saranno di nuovo acquistati dall’apicoltore per allestire l’alveare. E proprio su quella cera le api cominceranno a produrre il loro fluido dorato.

Ma se un apicoltore impiega sostanze illegali, la cera “contaminata”, una volta mescolata e rigenerata in altrettanti fogli cerei, è in grado di contaminare altri ignari produttori attraverso gli stessi fogli di cera. “C’è una contaminazione a catena”. “L’uso di questi acaricidi chimici – proseguono – purtroppo è molto diffuso specie nel Nord Italia”. Talmente diffuso che, prelevando l’anno scorso dei fogli cerei presso la più grande fiera italiana del settore, la Apimel di Piacenza, gli inquirenti hanno trovato nella cera livelli di contaminazione elevatissimi. Con un pericolo in più, oltre a quello della tossicità: l’acaro che nasce su un foglio cera contaminato, infatti,acquisisce una bio-resistenza agli stessi pesticidi. Risultato: l’acaro sopravvive al veleno e sui prodotti dell’alveare l’allerta resta alta.

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